Buon Primo Maggio a tutti, soprattutto a chi non lavora

Il Primo Maggio rappresenta ogni anno un’occasione per riflettere su importanti questioni, come i diritti dei lavoratori, la contrattazione sindacale, gli ammortizzatori sociali, la sicurezza sul luogo di lavoro, e – tema di cui voglio parlarvi oggi – la disoccupazione.

Gran parte di coloro che perdono il lavoro vive l’evento come un trauma, un vero e proprio lutto.
È assolutamente normale, se si considera che siamo figli di una cultura che ci insegna che “il lavoro nobilita l’uomo”: è un dovere, ma anche uno strumento di autorealizzazione, un importante tassello del mosaico della nostra identità.

Il disagio è quindi duplice: da un lato ci sentiamo in colpa, ma anche impotenti e frustrati; dall’altro ci ritroviamo senza un ruolo sociale definito, e ci sembra di non valere più nulla.
Si possono osservare alterazioni del ritmo sonno veglia (si dorme tutto il giorno o si soffre d’insonnia), modificazioni del comportamento alimentare (si perde l’appetito o ci si sfoga col cibo), senso di stanchezza, irritabilità, ansia.
Il decorso dei sintomi è fluttuante, ed influenzato dalle strategie comportamentali che si mettono in atto per far fronte alla situazione.
disoccupazioneInizialmente chi perde il lavoro è molto motivato a ricercare un nuovo impiego, e, magari, è anche ottimista. Spesso però, soprattutto al giorno d’oggi, accade che il nuovo impiego non si trovi. I motivi per cui ci si vede rifiutare sono i più disparati: “ha troppa esperienza”, “ha troppo poca esperienza”, “cerchiamo giovani”, “cerchiamo giovani con più anni d’esperienza”, “cerchiamo residenti in zona”… Iniziamo quindi a credere che non saremo mai giusti per il posto che desideriamo. Con il tempo, diminuisce il nostro senso di autoefficacia, di autostima, e subentra un generalizzato pessimismo. Si smette di tentare, oppure ci si presenta ai colloqui con un atteggiamento rassegnato che certo non farà buona impressione sui selezionatori.
Gradualmente, ci si può anche isolare dagli amici, perché si prova un senso di vergogna e inadeguatezza. E la spirale della depressione è in agguato.

Le donne, almeno nella fase iniziale, possono talvolta reagire meglio alla perdita del lavoro, in quanto tornano a dedicarsi ai lavori domestici, occupazione che socialmente è ritenuta comunque accettabile, e anzi di valore per una donna, e quindi non avvertono subito il devastante senso di vuoto che caratterizza le prime fasi della disoccupazione. A lungo termine, però, anche le donne possono subire un crollo psicologico, e, a seconda del contesto socio-culturale di riferimento, possono sentirsi più o meno comprese, in base all’importanza che viene attribuita all’occupazione femminile. Il rischio ulteriore, quindi, è quello di sentirsi isolate e incomprese.

A quanti sono interessati ad approfondire l’argomento, segnalo un documento che ho trovato curiosando su internet: la tesi di laurea della dott.ssa Chiara Aiello, intitolata “I correlati psicologici della disoccupazione” , discussa nell’Anno Accademico 2004-05 (relatore prof. Piergiorgio Argentero). L’obiettivo della ricerca è quello di rilevare in che misura la disoccupazione di lunga durata possa essere correlata con stati depressivi, con condizioni di malessere generale, con l’attribuzione di causalità all’esterno (senso di impotenza) e con l’adozione di strategie inadeguate per far fronte al problema.

A chi fosse interessato ad un sostegno psico-sociale gratuito, segnalo Primomaggio, servizio nato nel 2009 su iniziativa dell’Associazione Rivivere di Bologna, rivolto a chi ha perso o sta per perdere il lavoro.
Per informazioni:
via Giorgio Ercolani 3, Bologna
tel. 051.55.23.14 – 338.60.71.342
e-mail: progettorivivere@libero.it

Infine, un’ultima riflessione su un tema strettamente collegato a quello della disoccupazione: il precariato. Se questo è ciò che può accadere a chi perde un lavoro che riteneva sicuro, capirete bene il rischio psico-sociale a cui è esposta una generazione per la quale il posto di lavoro non è mai sicuro.
Ecco perché occuparsi di queste tematiche è assolutamente imprescindibile per costruire una società che realmente si curi della salute delle persone, e promuova un’autentica cultura del benessere.

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