Archivi categoria: Psicologia e vita quotidiana

Voglia di cambiamento: come fare? 4 piccoli passi per iniziare subito

Cambiare il mondo è quasi impossibile
Si può cambiare solo se stessi
Sembra poco ma se ci riuscissi
Faresti la rivoluzione

(Vasco Rossi, Cambia-menti)

Ho aperto con una citazione di Vasco, grande appassionato di filosofia e psicologia, che spesso trova il modo di riassumere in pochissimi versi concetti davvero importanti. Questo, per esempio, lo ritroviamo nel Buddhismo zen, e ben riassume quello che secondo me è il primo passo da fare per attuare un cambiamento:

  1. Prendersi la responsabilità del proprio cambiamento.

Molte cose nella nostra vita non dipendono da noi, è vero. Ma altre sì. È necessario accettare questo semplice dato di fatto per cambiare qualcosa, oppure si rischia di cadere nella trappola del “è tutta colpa dei miei amici / di mia moglie / del mio capo / del governo…”. Se nulla dipende da me, non posso nemmeno cambiare nulla. Se accetto la responsabilità di alcune cose, posso per lo meno cambiare quelle. E se inizio a cambiare io, cambierà il modo in cui vedo gli altri, ma anche il modo in cui gli altri mi vedono, interagiscono con me, e magari darò anche a loro la spinta per cambiare.

Come? Lo vediamo nei punti successivi.

  1. Cambiare atteggiamento mentale. 

A qualcuno sembrerà banale, ad altri invece suonerà strano, ma la verità è che più degli eventi oggettivi, quello che è capace di cambiarci la giornata in meglio o in peggio è il nostro modo di affrontarli. Anche il titolo della canzone che ho citato in apertura (Cambia-menti) è un gioco di parole su questo.

Alcuni atteggiamenti da modificare per esempio sono il vittimismo e il senso di impotenza. Ok, magari siamo stati davvero sfortunati. Ma l’atteggiamento che ci può aiutare è: mi è successa questa cosa; è negativa e non dipende da me; ma cosa posso fare io, ora, per migliorare la mia situazione?

Un’altra cattiva abitudine mentale è il pessimismo. Esistono vari studi che dimostrano che sorridere aiuta a valutare più positivamente ciò che ci circonda. Ve ne cito uno del 2015, intitolato proprio “Sorridi e il mondo ti sorriderà”. Per capire in che modo la nostra espressione facciale influisce sull’elaborazione visiva, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di valutare se alcune foto ritraevano un volto neutro o felice. Nel frattempo, hanno valutato la loro attività cerebrale (potenziali evocati visivi, VEPs). Hanno inoltre chiesto ai diversi gruppi di partecipanti, mentre valutavano le foto, di sorridere, di serrare le labbra o di posare con una faccia neutra. I risultati hanno mostrato che quando si fa un’espressione felice, i volti neutri vengono elaborati dal cervello in modo simile ai volti felici. La nostra espressione facciale quindi modula addirittura la percezione della realtà! Vi faccio inoltre notare che i partecipanti all’esperimento non avevano nessun motivo per sorridere, lo facevano solo perché era parte del compito.

Pensate alla potenza di affrontare la vita con un sorriso. Se si incrocia lo sguardo di una persona che sorride tendiamo a ricambiare, no? Immaginate quanti sorrisi ricevereste ponendovi voi per primi con questo atteggiamento.

  1. Cambiare le abitudini poco alla volta. 

Quante volte abbiamo sentito dire che per cambiare qualcosa, non si possono fare le cose sempre allo stesso modo? Che tutto avviene fuori dalla nostra comfort zone? È tutto assolutamente vero, ma ci sono tanti fattori che ci portano a resistere al cambiamento, e  penso che tutto si riassuma nel detto “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non quel che trova”. Preferiamo una situazione nota a una ignota, anche se potenzialmente migliore. Questo ha basi neurali: il nostro cervello ricerca la prevedibilità, e inoltre tende a ripetere schemi appresi nel passato, anche se questi possono essere disfunzionali.

Quindi, come convincere il nostro cervello a provare qualcosa di nuovo? A piccoli passi. Scegliamo una piccola modifica da apportare alla nostra giornata, che pensiamo ci possa far star meglio. Uscire di casa prima la mattina per poter andare a lavorare a piedi, o almeno fare una parte del tragitto. Ritagliarsi del tempo in ufficio per un caffè coi colleghi, se necessario inserendolo in agenda, un po’ come l’intervallo a scuola. Prendersi almeno mezz’ora per una pausa pranzo che non sia alla scrivania. Regalarsi 20 minuti al giorno per leggere.

  1. Condividere.

Siamo animali sociali, nati per condividere, e l’immenso successo dei social lo testimonia. Attenzione: non vi sto suggerendo di condividere ogni momento della vostra vita alla ricerca di like. Al contrario. Non dovete cambiare per apparire diversi da come siete, o simili a qualcun altro. Lo dovete fare se volete qualcosa di diverso per voi. Però, in quanto esseri umani, abbiamo bisogno del feedback e del sostegno dei nostri simili. Per esempio, stiamo cercando di smettere di fumare? Diciamo ai colleghi che non ci invitino più alle loro pause sigaretta. Stiamo cercando di avere un’alimentazione più sana e non viviamo da soli? Chiediamo a chi vive con noi se può tenere il cibo spazzatura in un posto dove non lo vediamo, in modo da non tentarci. Abbiamo corso per la prima volta quel tot di minuti che ci eravamo prefissati? Raccontiamolo a un amico che ama il fitness. Condividere gli obiettivi aiuta a mantenerli, e condividere i risultati migliora l’umore.

Questi 4 passi, nella mia esperienza, sono i primi da fare, quelli essenziali, ma non ho la pretesa di darvi una formula magica. E voi, siete d’accordo? Aggiungereste qualcosa? Aspetto i vostri commenti.

Più avanti vi racconterò anche come, sempre secondo la mia esperienza, è possibile trasformare questi piccoli cambiamenti in sane abitudini. A presto!

 

(Photo by Alexas_Fotos from Pixabay)

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Fertility Day, riflessioni di una psicologa.

La notizia non è fresca, ma ho preferito riflettere prima di scrivere.

Non volevo scrivere presa dall’indignazione, perché, come un’enorme percentuale delle donne italiane, è questo quello che anche io ho provato di fronte alla campagna pubblicitaria sul Fertility Day.

Una campagna che si è dimostrata capace di ferire ogni tipo di donna: “giovane” (come recitano le ormai celebri cartoline) o “vecchia” (parola che viene sottintesa), fertile o sterile, occupata o disoccupata (con tutte le sfumature che esistono nel mezzo, quelle delle mille forme di lavoro precario), con un compagno o single, eterosessuale o omosessuale (perché ricordiamoci che esistono anche le coppie gay, e che loro, se anche volessero procreare, in Italia non possono). Si sono indignate molte donne per le quali un figlio non è semplicemente nei propri progetti di vita, ma anche molte madri.

Due considerazioni posso fare in quanto psicologa.

La prima riguarda la comunicazione. Non bastano una bella grafica e uno slogan accattivante (ammesso che quelli in questione lo siano). Questa è la forma. Ma il contenuto? Il contenuto è semplice: il Ministero della Salute sta dicendo alle cittadine italiane che vuole che la natalità aumenti. Prima di diffondere questo messaggio, non sarebbe utile chiedersi se lo Stato Italiano metta effettivamente le cittadine in condizione di avere uno o più figli, come molte di loro peraltro già desiderano? Se ci si fosse fermati un istante prima di diffondere la tanto contestata campagna, si sarebbe visto che lo Stato, ahimè, non attua nessuna politica di sostegno alla genitorialità che possa dirsi seria, strutturata e che non sia becero populismo estemporaneo.

La seconda considerazione riguarda l’intervista del Ministro Lorenzin al quotidiano La Stampa, rilasciata dopo che il polverone mediatico era stato sollevato, di cui cito qualche stralcio:

«Mi scusi, ma c’è scritto da qualche parte “Devi fare un bambino” o “devi partorire”? Distinguiamo l’aspetto sociologico da quello sanitario.»

«In Italia c’è un allarme demografico: se si continua così, si rischia la crescita zero nel 2050. E so che sul tema della natalità influiscono politiche del lavoro, fiscali, sociali. Ma io sono il ministro della Salute e mi occupo dell’aspetto sanitario.» 

Forse il Ministro della Salute non sa che anche in medicina si sta affermando, ormai da decenni, il paradigma biopsicosociale, un modello secondo il quale – in estrema sintesi – salute e malattia sono da intendersi appunto come il risultato di una complessa interazione di fattori biologici, psicologici e sociali.

Quindi, per un Ministro della Salute, parlare di politiche del lavoro, fiscali e sociali è assolutamente necessario, ma soprattutto è necessario progettarle in sinergia con gli altri Ministeri, vedendo il cittadino nella sua globalità. Ed è necessario anche comprendere le persone dal punto di vista psicologico. Quanto meno, non ideando campagne che le facciano sentire in colpa e inadeguate, producendo così, se possibile, un danno psicologico anziché un benessere.

Questo post non ha alcuna immagine correlata, perché ritengo che ormai le immagini pubblicitarie siano ampiamente note a tutti i lettori, e non desidero darvi ulteriore risonanza.

Oggi parliamo d’amore…

Domani, per chi non se ne fosse accorto, è San Valentino.
Visto che agli innamorati parlano tutti, ho pensato di parlare ai single.

 

Al di là del fatto che festeggiare San Valentino è spesso considerato un atto consumistico, un po’ cafone, scontato, non spontaneo e non romantico… è pur vero che la maggior parte di coloro che affermano ciò lo fanno per spirito radical chic, quando non per invidia.
Qual è il “problema”? Perché non si può lasciare che chi vuole festeggi, e chi non vuole non festeggi, senza trasformare quella che dovrebbe essere la festa degli innamorati in un’ennesima occasione per tirare fuori rabbia e aggressività?  Continua a leggere Oggi parliamo d’amore…

Dipendenza da internet… e voi, come siete messi?

Vi avevo già parlato delle cosiddette “nuove dipendenze”.

Quelle che avevano maggiormente destato la vostra curiosità, come ho potuto notare dai termini maggiormente ricercati nel mio blog, erano le “web related addictions” (dipendenze correlate al web): “info surfing”, dipendenza da gioco d’azzardo online, da sesso virtuale, da social network, shopping compulsivo online.

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Da quando ho pubblicato il post, molti altri comportamenti sono diventati oggetto di attenzione, come la dipendenza da videogiochi di ruolo online, e, con la sempre crescente diffusione degli smartphone, la dipendenza da cellulare (battezzata “nomofobia”, contrazione di “no-mobile phobia”).

Sul sito di ESC, team di specialisti nel campo delle dipendenze, ho trovato un test (un adattamento dell’ IAT – Internet Addiction Test di Kimberly Young), che permette di scoprire il proprio rapporto con il web… siete curiosi? Non vi resta che provare...

Usare Facebook rende infelici? La ricerca sembra dirci di sì…

Sul numero di oggi dell’Economist è apparso un interessante articolo, il cui titolo, tradotto, suona più o meno così: “Facebook nuoce alla salute – Fatevi una vita! – L’uso dei social network sembra rendere le persone più infelici”.

Uno studio appena pubblicato dalla Public Library of Science, condotto da Ethan Kross (University of Michigan) e Philippe Verduyn (Università di Leuven, Belgio) ha mostrato che più si usa facebook, più si è insoddisfatti della propria vita.

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Studi precedenti avevano dimostrato che l’uso di Facebook è associato a gelosia, tensione sociale, isolamento, depressione.
Questi studi però erano tutti trasversali, cioè fotografavano la situazione in un momento preciso. Il rischio di questo tipo di studi è quello di non poter distinguere causa ed effetto: chi si sente depresso passa più tempo su internet, o passare più tempo su internet rende infelici?  Continua a leggere Usare Facebook rende infelici? La ricerca sembra dirci di sì…

Le nuove forme di dipendenza sociale: la tecno-dipendenza

Oggi, Venerdì 8 febbraio 2013 – ore 21.00
presso la libreria LegoLibri, via Maria Vittoria 31, Torino

si terrà l’incontro

“Le nuove forme di dipendenza sociale: la tecno-dipendenza”

Quando si parla di dipendenza, la maggior parte delle persone associa questo termine al solo uso e abuso di sostanze psicoattive. Dipendenza quindi come comportamento deviante. In realtà molti comportamenti, seppur normali nella vita quotidiana e ritenuti socialmente accettabili, possono diventare, per alcuni individui, delle vere e proprie dipendenze che possono invalidare l’esistenza della persona e del suo sistema di relazioni.

Questo è il caso delle nuove forme di dipendenza, come la dipendenza dalle nuove tecnologie: il seminario intende focalizzarsi proprio sulla tecno-dipendenza, con particolare attenzione al mondo del web, per cercare insieme di capire cosa determina la dipendenza tecnologica e quali potrebbero essere gli strumenti per fronteggiarla e prevenirla.

Organizza l’Associazione Amore & Psiche.

A questo link trovate l’evento su Facebook.

Se siete interessati ad un approfondimento, potete leggere un mio post di qualche tempo fa.

 

(Photo by @Matthew_T_Rader on Unsplash)

Vacanze in città

Sapevate che la parola “vacanza” deriva dal latino “vacuum”, cioè “vuoto”?
Le vacanze sono dunque uno spazio e un tempo vuoto, da utilizzare come meglio ci piace. E la smania di riempire il vuoto, talvolta, causa ansia. Lo notiamo in chi programma freneticamente ogni singola ora della propria vacanza fuori città, ma anche in chi, per vari motivi, è impossibilitato a partire.

Il vuoto, tra l’altro, raramente è “così vuoto”. OK, l’ufficio è chiuso, ma ci sono sempre la famiglia, gli amici, vari impegni da mantenere. Viene però a mancare quel qualcosa che ci dà un ritmo regolare di vita, e che costituisce anche un importante tassello della nostra identità.

 

Forse lo stress maggiore delle vacanze deriva dal fatto che, venuto meno l’alibi del lavoro, ci sentiamo comunque in dovere di organizzare ogni singolo minuto della nostra giornata, per “sentirci a posto con la coscienza”, per “non perdere tempo”… Continua a leggere Vacanze in città