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Piccola guida per sopravvivere al Black Friday

Il Black Friday è il venerdì successivo al Giorno del Ringraziamento e tradizionalmente negli Stati Uniti  dà inizio alla stagione degli acquisti natalizi. Quest’anno – come immagino saprete già tutti – sarà il 29 novembre. Sapete perché è detto black, cioè nero? Per descrivere il traffico delirante per le strade. E sapete che spesso negli Stati Uniti si verificano vere e proprie risse nei negozi, episodi di violenza e talvolta omicidi? (Qui qualche statistica) .

Oggi, grazie all’e-commerce, le ore che si trascorrono nel traffico e lo stress della ricerca all’interno dei centri commerciali sono minori, e inoltre gli sconti online permettono anche a noi europei di approfittarne, visto che in Italia la normativa sui saldi in negozio è molto rigida (negli ultimi anni qualcosa sta cambiando ma la situazione non è ancora definita).

La giornata, poi, negli anni si è ampliata, fino a includere l’intera settimana (si parla spesso di Black Week), e anche il lunedì successivo: il Cyber Monday dedicato agli articoli tecnologici.

Sembra tutto positivo, no? Maggiori guadagni per i commercianti, con una situazione che si sta sbloccando anche in Italia, più comodità e meno stress per chi acquista… Allora perché un titolo così? Da cosa dovremmo “sopravvivere”?

Sia chiaro: non sono contraria ai saldi, in nessuna forma. Se mi serve una cosa, e posso pagarla un po’ meno, perché non approfittarne?

Il punto è: mi serve davvero quella cosa?

Credo che al giorno d’oggi non possiamo più fare a meno di domandarcelo, per due motivi.

Il primo è che ogni acquisto ha un impatto ambientale che spesso trascuriamo. Noi non ci mettiamo in macchina per raggiungere il negozio, ma le merci in qualche modo devono giungere nelle nostre case. Se vi interessa un approfondimento, vi lascio il link a un interessante articolo di Wired. Per citarvi due dati contenuti nell’articolo, si calcola che nel 2018, nel solo Regno Unito, circa 82.000 furgoni – la maggior parte dei quali diesel – si siano messi in viaggio nel periodo del Black Friday e che, nelle ore di punta, un camion partisse dai magazzini di Amazon ogni 93 secondi.

Il secondo motivo, che rientra nel mio ambito di competenza, è legato ai risvolti psicologici del consumismo. Comprare oggetti ci rende davvero felici?

I tempi cambiano, e nessuno dice che dobbiamo vivere come monaci zen. Ad esempio, per me il computer da cui vi sto scrivendo oggi è un oggetto del quale non posso fare a meno, mentre solo negli anni ’80 avere un computer a casa era un lusso.

Non c’è nulla di male nel comprare. Quello che costituisce una vera trappola è il comprare non consapevole, impulsivo, talvolta compulsivo. Il comprare perché è quello che in qualche modo sentiamo di dover fare, come se qualcuno se l’aspettasse da noi, come se fosse ovviamente la cosa giusta.

La pubblicità funziona così: ci rende infelici, insoddisfatti, e ci racconta che se solo avessimo il vestito di quella modella, allora sì che saremmo belle. Se solo avessimo quell’auto, allora sì che tutti vedrebbero che siamo persone di successo. Se solo avessimo quello smartphone, allora sì che saremmo produttivi sul lavoro. Se solo avessimo quel salotto, allora anche la nostra famiglia sarebbe allegra e sorridente attorno al tavolino, a fare attività creative insieme anziché a guardare la TV.

Il marketing ha armi potentissime già di suo. Anche perché, dopo un acquisto, nel nostro cervello c’è un immediato rilascio di dopamina che dà uno stato di piacere, soddisfazione, appagamento… saremmo quasi tentati di descriverla come felicità. Il problema è che lo stato è transitorio, e a quel punto noi vogliamo di nuovo la nostra dose di felicità.

Tutto ciò è ulteriormente amplificato in periodo di Black Friday e saldi in generale, perché il modo di ottenere questa felicità ci sembra più economico, e l’idea di risparmiare dà un’ulteriore soddisfazione. Quante volte abbiamo fatto un acquisto impulsivamente, allettati dal prezzo, e ce ne siamo poi pentiti? Costa la metà, quindi è un affare! Costava 100 euro, ne ho risparmiati 50! Beh, in realtà, se quella cosa non mi serviva, ne ho buttati 50.

Cosa fare, quindi? Il percorso migliore per diventare più consapevoli è veramente personale. Iniziare dalle proprie abitudini di acquisto può essere un’ottima idea.

Per iniziare, vi consiglio la visione del documentario di Matt D’Avella “Minimalism: A Documentary About the Important Things”. È del 2016, ed è disponibile su Netflix. Racconta il passaggio ad uno stile di vita minimalista da parte di Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, due colleghi in una grande azienda che per motivi personali diversi si sono trovati a dover mettere in discussione le fondamenta di ciò che giudicavano una vita perfettamente appagante. Buona visione!

 

(Image by Wokandapix from Pixabay)

Organizzare la propria vita: partire dalla to-do list

Organizzare la propria vita è un obiettivo molto grosso.

Come vi spiegavo in un post di qualche tempo fa, non è possibile partire da un obiettivo così ambizioso senza scomporlo in piccoli passi: rischieremmo di avvertirlo come troppo difficile per noi e di lasciarlo perdere subito, magari con una spiacevole sensazione di fallimento.

È quindi più utile partire dal piccolo. Per esempio, come potrei organizzare al meglio la mia giornata? E la mia settimana? La to-do list è un semplicissimo ed efficace strumento di produttività personale.

Quando si parla di “produttività” si pensa generalmente solo al lavoro, o alla scuola, ma in realtà l’idea alla base del concetto di “produttività personale” è più ampio: nelle nostre giornate, obblighi e attività piacevoli si contendono il nostro tempo. Se riusciamo a fare ciò che dobbiamo fare in maniera più organizzata, scopriremo che rimarrà molto più tempo per vedere gli amici, coltivare le proprie passioni, o goderci momenti di puro ozio.

Troverete in questo post anche qualche consiglio di strumenti e app da utilizzare, ma sono solo spunti: non sono sponsorizzata da nessuno né voglio suggerire che il mio sia il metodo “giusto” di organizzarsi.

Cos’è la to-do list?

Probabilmente ne avrete già sentito parlare, “to-do list” significa semplicemente “lista di cose da fare“. Chi non ne ha mai fatta una? Io credo di aver iniziato alle medie, sul mio diario scolastico, per organizzare i compiti.

Man mano che crescevo, la lista iniziava ad ampliarsi, includendo gli impegni privati, finché, nell’età adulta, hanno fatto capolino sulla lista le bollette e le scadenze fiscali!

Il concetto è semplice: Pensate alle cose che dovete fare, scrivetele (utilizzando il vostro sistema preferito) e liberate la mente.

La to-do list ci permette di non dover tenere costantemente sotto il focus dell’attenzione tutti i mille pensieri che ogni giorno ci assillano e che inevitabilmente tendono ad accumularsi.

Dove scriverla?

Io uso ancora l’agenda cartacea. Dopo l’era del classico diario scolastico, mi sono convertita alle agende settimanali. Dopo averne sperimentate alcune, posso dirvi che personalmente mi trovo molto bene con la Ministro della Quo Vadis: a fianco della settimana, c’è uno spazio per una to-do list pre-impostata, con una suddivisione (Contattare, Vedere/fare, Note) che ovviamente siete liberi di seguire o meno.

Tra le app, la più completa credo di poter affermare che sia Google Calendar, combinata con lo strumento Tasks di Gmail. Mi hanno parlato bene anche di Remember The Milk, e di NowDoThis, app dalla filosofia minimalista che visualizza un impegno alla volta e non permette di passare al successivo finché non si contrassegna il primo come “fatto”.

Io sono ancora legata all’analogico per un semplice motivo: lo trovo più veloce. Per me è più immediato aprire la borsa ed estrarre l’agenda che non smanettare su un’app, anche perché per il mio tipo di lavoro ho due telefoni, con rubriche distinte, e su ciascuno ho installato solo ciò che uso o per lavoro, o per la vita privata. Se però qualcuno usa con soddisfazione qualche app in particolare, sarò lieta di leggere i vostri consigli nei commenti! Magari mi convertirò!

Cosa scrivere?

Io nella mia scrivo letteralmente tutto. Scrivendo tutto, ho poi la certezza di sapere dove trovare le informazioni in un unico posto. In questo senso, per me la lista non è un elenco da fare sporadicamente, ma un vero e proprio sistema di produttività personale. Per questo rientra nella mia agenda e ne è parte integrante.

Non è detto che anche per voi sia utile procedere allo stesso modo. Per esempio, se avete una professione con orari e scadenze fisse, fare una lista per voi può essere un’esigenza sporadica, o limitata ad alcuni ambiti precisi.

Come scriverla?

Io personalmente ho poche linee guida:

  • Uso la matita (facile e veloce da correggere).
  • Scrivo le prime cose che mi vengono in mente, poi se necessario riordino per scadenza e priorità. Le cose da fare necessariamente in una determinata giornata le scrivo alla colonna della giornata in questione, e non nella lista settimanale.
  • Scrivo la lista sotto forma di elenco puntato, e poi segno con una X le cose che faccio. Quelle che non riesco a fare le cerchio, e le copio alla pagina della settimana successiva, in modo che siano le prime.
  • Cerco di essere il più precisa possibile, includendo tutti i dettagli utili. Ad esempio, a volte scrivo gli orari di apertura dei negozi dove devo passare, in modo da non ritrovarmi di fronte a una serranda abbassata.

Come dicevo in apertura, però, non voglio suggerire che il mio sia il metodo “giusto” di organizzarsi. Sperimentate, e scoprite qual è il vostro modo ideale di organizzare le vostre giornate!

 

(Photo by Alexas_Fotos from Pixabay)

Voglia di cambiamento: come fare? 4 piccoli passi per iniziare subito

Cambiare il mondo è quasi impossibile
Si può cambiare solo se stessi
Sembra poco ma se ci riuscissi
Faresti la rivoluzione

(Vasco Rossi, Cambia-menti)

Ho aperto con una citazione di Vasco, grande appassionato di filosofia e psicologia, che spesso trova il modo di riassumere in pochissimi versi concetti davvero importanti. Questo, per esempio, lo ritroviamo nel Buddhismo zen, e ben riassume quello che secondo me è il primo passo da fare per attuare un cambiamento:

  1. Prendersi la responsabilità del proprio cambiamento.

Molte cose nella nostra vita non dipendono da noi, è vero. Ma altre sì. È necessario accettare questo semplice dato di fatto per cambiare qualcosa, oppure si rischia di cadere nella trappola del “è tutta colpa dei miei amici / di mia moglie / del mio capo / del governo…”. Se nulla dipende da me, non posso nemmeno cambiare nulla. Se accetto la responsabilità di alcune cose, posso per lo meno cambiare quelle. E se inizio a cambiare io, cambierà il modo in cui vedo gli altri, ma anche il modo in cui gli altri mi vedono, interagiscono con me, e magari darò anche a loro la spinta per cambiare.

Come? Lo vediamo nei punti successivi.

  1. Cambiare atteggiamento mentale. 

A qualcuno sembrerà banale, ad altri invece suonerà strano, ma la verità è che più degli eventi oggettivi, quello che è capace di cambiarci la giornata in meglio o in peggio è il nostro modo di affrontarli. Anche il titolo della canzone che ho citato in apertura (Cambia-menti) è un gioco di parole su questo.

Alcuni atteggiamenti da modificare per esempio sono il vittimismo e il senso di impotenza. Ok, magari siamo stati davvero sfortunati. Ma l’atteggiamento che ci può aiutare è: mi è successa questa cosa; è negativa e non dipende da me; ma cosa posso fare io, ora, per migliorare la mia situazione?

Un’altra cattiva abitudine mentale è il pessimismo. Esistono vari studi che dimostrano che sorridere aiuta a valutare più positivamente ciò che ci circonda. Ve ne cito uno del 2015, intitolato proprio “Sorridi e il mondo ti sorriderà”. Per capire in che modo la nostra espressione facciale influisce sull’elaborazione visiva, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di valutare se alcune foto ritraevano un volto neutro o felice. Nel frattempo, hanno valutato la loro attività cerebrale (potenziali evocati visivi, VEPs). Hanno inoltre chiesto ai diversi gruppi di partecipanti, mentre valutavano le foto, di sorridere, di serrare le labbra o di posare con una faccia neutra. I risultati hanno mostrato che quando si fa un’espressione felice, i volti neutri vengono elaborati dal cervello in modo simile ai volti felici. La nostra espressione facciale quindi modula addirittura la percezione della realtà! Vi faccio inoltre notare che i partecipanti all’esperimento non avevano nessun motivo per sorridere, lo facevano solo perché era parte del compito.

Pensate alla potenza di affrontare la vita con un sorriso. Se si incrocia lo sguardo di una persona che sorride tendiamo a ricambiare, no? Immaginate quanti sorrisi ricevereste ponendovi voi per primi con questo atteggiamento.

  1. Cambiare le abitudini poco alla volta. 

Quante volte abbiamo sentito dire che per cambiare qualcosa, non si possono fare le cose sempre allo stesso modo? Che tutto avviene fuori dalla nostra comfort zone? È tutto assolutamente vero, ma ci sono tanti fattori che ci portano a resistere al cambiamento, e  penso che tutto si riassuma nel detto “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non quel che trova”. Preferiamo una situazione nota a una ignota, anche se potenzialmente migliore. Questo ha basi neurali: il nostro cervello ricerca la prevedibilità, e inoltre tende a ripetere schemi appresi nel passato, anche se questi possono essere disfunzionali.

Quindi, come convincere il nostro cervello a provare qualcosa di nuovo? A piccoli passi. Scegliamo una piccola modifica da apportare alla nostra giornata, che pensiamo ci possa far star meglio. Uscire di casa prima la mattina per poter andare a lavorare a piedi, o almeno fare una parte del tragitto. Ritagliarsi del tempo in ufficio per un caffè coi colleghi, se necessario inserendolo in agenda, un po’ come l’intervallo a scuola. Prendersi almeno mezz’ora per una pausa pranzo che non sia alla scrivania. Regalarsi 20 minuti al giorno per leggere.

  1. Condividere.

Siamo animali sociali, nati per condividere, e l’immenso successo dei social lo testimonia. Attenzione: non vi sto suggerendo di condividere ogni momento della vostra vita alla ricerca di like. Al contrario. Non dovete cambiare per apparire diversi da come siete, o simili a qualcun altro. Lo dovete fare se volete qualcosa di diverso per voi. Però, in quanto esseri umani, abbiamo bisogno del feedback e del sostegno dei nostri simili. Per esempio, stiamo cercando di smettere di fumare? Diciamo ai colleghi che non ci invitino più alle loro pause sigaretta. Stiamo cercando di avere un’alimentazione più sana e non viviamo da soli? Chiediamo a chi vive con noi se può tenere il cibo spazzatura in un posto dove non lo vediamo, in modo da non tentarci. Abbiamo corso per la prima volta quel tot di minuti che ci eravamo prefissati? Raccontiamolo a un amico che ama il fitness. Condividere gli obiettivi aiuta a mantenerli, e condividere i risultati migliora l’umore.

Questi 4 passi, nella mia esperienza, sono i primi da fare, quelli essenziali, ma non ho la pretesa di darvi una formula magica. E voi, siete d’accordo? Aggiungereste qualcosa? Aspetto i vostri commenti.

Più avanti vi racconterò anche come, sempre secondo la mia esperienza, è possibile trasformare questi piccoli cambiamenti in sane abitudini. A presto!

 

(Photo by Alexas_Fotos from Pixabay)